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Venti Piccoli Primitivi alle Scuole Longhena:
breve cronaca di una lunga esperienza


La prima fase del progetto Bolognese si è sviluppato da gennaio a giugno del 1999, in cui sono stati realizzati laboratori dedicati alla Cultura materiale paletnologica (ricostruzione di oggetti preistorici e studio del loro funzionamento) e attività di sensibilizzazione sull’autosufficienza, ispirandosi a modelli ecologici preistorici e etnologici delle società di cacciatori raccoglitori3. In questa fase soprattutto si è insistito sul concetto del “problem solving”: con le materie naturali stimolare i bambini a risolvere piccoli problemi pratici da soli. Questa fase ha visto la divisione della classe 2C tra cacciatori e raccoglitori, da un punto di vista attitudinale4.
Le scelte degli alunni (per l’appartenenza ad uno dei due gruppi) non sempre hanno coinciso con le propensioni iniziali dei singoli, rivelate da test pratici. La differenza tra le due specialità ha avuto modo di emergere attraverso prove pratiche e psicologiche.
Il “clan” così formato ha organizzato all’interno ruoli specifici, presupposto a vere e proprie successive richieste di specializzazione.

L’attività consisteva in una giornata alla settimana trascorsa nel parco della scuola e attività in classe, che spaziava tra riflessioni scritte degli alunni (sul lavoro svolto), sull’attività artistica (documentale per le esperienze) e su esercizi di manualità (lavoro dell’argilla e della pelle) attuabile in spazi chiusi. Tale attività era preparatoria alla gestione del gruppo all’aperto (il vero momento applicativo) che veniva tematizzato volta per volta. Nota caratteristica è che l’argomento “uomo primitivo” legato alla scala temporale e alla collocazione culturale nel corso degli eventi evolutivi (come normalmente viene presentato nella scuola, non solo primaria) NON veniva era l’argomento base, se non dietro specifiche richieste degli alunni, a cui non si dava troppo peso da parte degli insegnanti. La curiosità generata nei bambini era fortissima, ma si alimentava grazie ad un processo autoindotto basato su ritmi individuali. In definitiva, era un grande gioco di ruolo senza la necessità di essere inquadrato in uno schema, una sorta di elaborazione che puntava allo stimolo diretto e all’esperienza.

La seconda fase ha riguardato l’anno successivo: la stessa classe (3c) progettò e realizzò un vero e proprio villaggio. La realizzazione e implementazione dell’accampamento (costituito inizialmente da un’area circoscritta da pietre e legni che delimitavano le varie zone specializzate per la realizzazione di manufatti) fu l’evento che accompagnò i ragazzi di terza per tutto l’anno scolastico. Lo spazio scelto venne progressivamente occupato da capanne e ripari. La delimitazione degli spazi venne lasciata alla progettualità individuale (prima concorsi di idee e travagliatissimi brain storming tra i bambini) inizialmente influenzata da immagini e nozioni apprese da libri e documentari, poi ordinata da ragionamenti utilitaristici, pratici nella loro essenza e governati da concetti quali la semplicità e la possibilità di spostare con la minor fatica le strutture in altri “territori di caccia”. Questo concetto di nomadismo venne simulato grazie ad una distribuzione delle risorse preordinata dagli organizzatori (la selvaggina era contingentata simbolicamente da un numero indicativo, ma finito di prede… simulate da realizzazioni 3d semplici ma evocative 5) come pure le risorse vegetali edibili6. Questo permise l’affermazione di tre dei “punti fissi” cognitivi del progetto (l’orientamento nel territorio, l’adattamento alle risorse e l’economia del non-spreco) che divennero acquisiti con facilità. Venne realizzato un forno a camera per l’argilla (e l’ingegneria del progetto fu tutta opera loro) e altre strutture per la vita comune nell’accampamento.

Durante il quarto anno si è avviata la terza fase: si specializzarono le attività creative, nacquero i “professionisti” (i bambini fecero emergere le loro vocazioni in modo esplicito richiedendo approfondimenti) e alcuni di essi divennero insegnanti (nelle loro materie) per altre classi di bambini più piccoli che si erano avvicinati al progetto (in questa fase vene coinvolta anche una scuola materna). Il loro approccio al ruolo di “anziani” dell’accampamento fu naturale e automatico.

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3 la scelta di utilizzare un supposto modello di tribù che vive sulla caccia e la raccolta, identifica il quadro di riferimento nel paleolitico superiore e nei modelli etnologici di alcune tribù ancora oggi esistenti in aree dell’Africa e dell’Asia. Il motivo di questa scelta risiede nel messaggio “ecologico” proprio di queste culture, che non tendono allo sfruttamento intensivo delle risorse, non conoscono particolari tensioni e negano in parte la proprietà privata. Naturalmente il modello sfugge da una ideologia serrata ma concilia, nei suoi concetti di “equilibrio naturale”, le attitudini dei ragazzi.
4 le prove per diventare parte dei “cacciatori” erano di abilità, coraggio, pazienza e capacità osservative. I “raccoglitori” dovevano essere abili a distinguere le specie vegetali, costruire contenitori, cucinare cibi, conservarli, gestire e organizzare i rapporti.

5 si realizzarono “cervi” di cartone ripieni di salsicce…che i “cacciatori” dovevano scovare nel bosco riconoscendo e seguendo le tracce simulate e tenendo presente certe regole (silenzio, osservazione, avvicinamento cauto). Naturalmente dovevano possedere abilità nel colpire a distanza.
6 La scelta e la cottura delle piante spontanee è stato argomento molto interessante e sviluppato dai “raccoglitori”.
 

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