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Nello stesso
tempo, la grande quantità di volenterosi che si sono autoeletti
“archeologi sperimentali” creando associazioni e gruppi di
lavoro, a volte animati da uno spirito puro, a volte per
pecularci sopra, ha sì diffuso l’interesse per la materia in sé
per via della sua spettacolarità… ma ha generato enorme
confusione, inflazionando il messaggio con una cacofonia
semantica senza pari, soprattutto tra i mezzi di comunicazione e
nel mondo della scuola. Il mondo accademico, naturalmente ha
rifiutato questa archeologia dilettantistica, purtroppo
eradicando per un lungo periodo (perlomeno qui in Italia) ogni
prospettiva seria di sperimentazione scientifica applicata.
Chi oggi tra gli archeologi ha raccolto intelligentemente
contributi multidisciplinari trasversali da tecnici, artigiani e
“specializzati” è riuscito a compiere grandi progressi
sull’analisi e interpretazione funzionale dei reperti relati ai
contesti culturali specifici.
I personaggi specializzati a cui mi riferisco sono quelli il cui
background culturale è l’esperienza maturata in anni di
applicazione e le cui caratteristiche d’approccio ai problemi
sono comunque basate sulla pragmaticità, cioè il “raggiungere lo
scopo” con a disposizione mezzi limitati, nel nostro caso la
deliberata rinuncia alla tecnologia moderna. Naturalmente ciò è
avvenuto quando il lavoro di equipe tra ricercatori e
sperimentatori ha funzionato: quando i tecnici hanno messo a
disposizione le loro capacità agli scienziati e quando gli
scienziati hanno deciso di stimolare al problem solving questi
tecnici specializzati, soprattutto ascoltando le loro
osservazioni. In questa cornice, lo scienziato ha il compito di
dirigere l'esperimento, documentarne i progressi, elaborare
collegamenti con ciò che esiste di pubblicato nell'etnografia,
dedurre leggi e metterle in discussione con ulteriori
sperimentazioni, variare il numero e la qualità delle variabili
indipendenti, infine redigere e pubblicare i risultati. Infine,
se la sua indole speculativa è creativamente realistica,
elaborare protocolli per "prodotti" pedagogici a vasto spettro
(che oggi il mercato chiede a gran voce) tenendo alti i
contenuti pedagogico-scientifici.
Il Team
Da qui si può facilmente desumere come "l’Archeologo
Sperimentale" sfumi dal singolare al plurale, e quindi sia da
vedersi come una figura collettiva, un team, composto da più
individui. L’indagine di scienza e la compenetrazione del
problema pragmatico devono andare assolutamente insieme nella
stessa direzione. Sperimentare significa rispettare l’empirismo
(non è un gioco di parole) e osservare scrupolosamente degli
standard, rispettare un protocollo replicabile ovunque e da
chiunque ne abbia le capacità, permettendogli di confutare o
confermare le conclusioni. Essere padroni delle condizioni di
laboratorio, dei dati e delle procedure significa saper dare un
giusto peso ad essi e saper scindere le variabili importanti da
quelle trascurabili, e comunque registrare e elaborare sempre
con precisione ogni processo e ogni tracciato operativo. Ciò per
poter permettere ad altri ricercatori di aggiungere tasselli nel
mosaico delle verità indagabili.
L’archeologia sperimentale è un ottimo modo di far ricerca, se
ben condotta. Banalmente, di fronte all’interpretazione di un
record archeologico dubbio, l’addetto ai lavori può rifugiarsi
nello studio tecno-tipologico per analogia (con altri
ritrovamenti di più immediata identificazione) e fermarsi qui,
oppure può ispirarsi all’etnografia e sperimentare la
ricostruzione del manufatto, confrontando le tracce d’uso
dell’originale con quelle della ricostruzione e cercare
possibili spiegazioni. Chiaramente l’analisi e la
sperimentazione devono essere effettuate su basi scientifiche;
deve essere possibile utilizzare tutte le risorse della
tecnologia per mettere a confronto i dati, deve essere possibile
gestire in modo “galileiano”[2] l’esperimento, per associare un
valore probante a ciò che si compie. Insomma, non serve fare del
buon modellismo, né cercare in modo approssimativo di surrogare
con l’improvvisazione l’uso delle materie prime naturali e delle
risorse a disposizione del determinato contesto.
Archeologia sperimentale non è solo quindi ricostruire con
attenzione una punta di freccia in selce o un bell’abitato
palafitticolo. È studiare il modo con cui questi elementi della
Cultura materiale venivano utilizzati, cercando il “fine” con il
“mezzo” di una procedura il più oggettiva possibile, la famosa
catena operativa. È di conseguenza che queste azioni diventano
spesso spettacolari, se ben condotte, “spettacoli” che non hanno
niente in comune con lo scopo della sperimentazione in sé; ed è
su questo campo che nascono spesso degli equivoci. Primitivo non
vuole dire rozzo e pittoresco (è inutile che sottolinei questa
asserzione: gli addetti ai lavori lo sanno bene) ma spesso la
chiave di lettura delle azioni in pubblico è questa, diverte e
interessa ma va poco oltre, e spesso si ritorce su sé stessa.
Come fare di una debolezza virtù? Semplice: attenersi ad un
codice deontologico che esiste più o meno nella testa degli
sperimentatori (ma sul quale sarebbe opportuno definire dei
punti fermi, perché l’indulgenza è una delle malattie che più
ammorba gli animi tesi alla intuizione rivelatrice) e
soprattutto capire quali sono gli elementi base da rispettare
nella procedura di sperimentazione per ottenere dei dati validi.
E qui si apre il dibattito: se si vuole stabilire la temperatura
di fusione di un determinato metallo, è inutile perdere tempo e
faticare sul focolare preistorico con un mantice a tasca
manovrato dallo studente volenteroso; una fonte di aria forzata,
generata da un compressore calibrato, può andare bene lo stesso.
Un’altra cosa è se si vuole scoprire i tempi medi di un processo
di fusione del metallo nello stesso focolare: l’elemento critico
è la ventilazione forzata con i mantici preistorici. A questo
punto vale chiedersi quanto vale l’elemento umano: il mantice
deve essere animato dalla forza dello studente vigoroso, dal
professore attempato o dall’ipotetico tecnico addestrato che sa
come dosare forza, ritmo e metodo?
I percorsi di indagine corretti alla sperimentazione in
Archeologia possono essere molteplici, perché ispirati da
diverse discipline. Tutte queste vie interdisciplinari devono
comunque intersecarsi e ovviamente convergere verso l’unico
obiettivo di chiarire la visione e comprensione delle possibili
verità. Verità al plurale, perché mai come in archeologia la
Vera Verità non potrà mai definirsi, a meno di non inventare la
macchina del tempo. Quindi si devono raccogliere dati,
soprattutto si deve imparare a estrarli e gestirli nel modo
corretto e nel rispetto delle metodologie d’indagine delle
scienze, e si deve ragionare sempre in termini di probabilità e
ipotesi.
Quando si cerca di replicare un’ascia levigata a taglio
verticale di cui non se ne conosce il disegno del manico, non
bisogna fidarsi delle sensazioni estetiche personali o rovistare
nei cassetti della memoria copiando qualche immagine di modelli
compiuti da altri; come minimo si dovrebbe realizzare qualche
immanicatura per farla poi passare “nel crivello impietoso” del
boscaiolo di professione. Questo per comprendere come il rigore
indifferenziato è una presunzione che non ha senso spesse volte,
e che fa solo aumentare “i costi” di un esperimento di
laboratorio - quanto costa il tempo buttato via?
Altra cosa è la ricostruzione globale dello stesso esperimento,
a favore di un pubblico generalmente non specializzato, ma che
non ha senso alcuno se l’esperimento non è stato affrontato
precedentemente con un atteggiamento speculativo e verosimile
dai ricercatori. La “dimostrazione” ha senz’altro il suo
fascino, e sempre più viene richiesta per rendere spettacolari
gli eventi. Essa può anche essere archeologia sperimentale, ma
non vanno vendute cose per quello che non sono. Se si vuole
rispettare questa categorizzazione, anche lo spettacolo esige un
completamento che può essere fornito da un’ appropriata
comunicazione che racconta cosa si sta facendo, a cosa si vuol
giungere e perché lo si fa. La didattica della preistoria e
delle Culture antiche trova un validissimo aiuto dalle procedure
della sperimentazione, soprattutto se l’obiettivo è stimolare
interesse nei giovani. Qui la spettacolarizzazione può essere la
carta vincente per far nascere interesse. I giovani, soprattutto
i giovanissimi, sviluppano un interesse particolare e reagiscono
con molto entusiasmo all’attività ludico-produttiva fatta con e
mani. Partendo da qui, è più facile aggiungere nozioni
chiarificatrici, eliminando alcuni triti luoghi comuni e facendo
comprendere come in larga scala il progresso tecnologico si è
evoluto, con tutte le connotazioni socio – culturali -
ambientali che ne derivano. Insomma, un’informazione concreta di
cornice che permette ulteriori approfondimenti e genera nuovi
stimoli.
Principi base della sperimentazione
Un laboratorio di archeologia sperimentale destinato alla
didattica dovrebbe innanzi tutto chiarire bene e a priori quale
significato ha in sé la sperimentazione in archeologia.
Paradossalmente questo primo passo è spesso trascurato. Anche un
giovane studente è perfettamente in grado di comprendere che
quello che si sta accingendo a fare non è un gioco o un
re-enactment,: se lo si pone solo come tale può risultare un
grosso spreco di energie. La premessa ad ogni attività di
laboratorio è quella che è contenuta nella dichiarazione di
intenti fondamentale di ogni attività di sperimentazione: la
verifica “galileiana” di ipotesi interpretative sul significato
di manufatti della cultura materiale del passato.
Schematicamente(*) il metodo sperimentale si articola in cinque
fasi:
1. l’osservazione (la "sensata esperienza" di Galileo)
2. la descrizione del fenomeno
3. la formulazione di un’ipotesi che si riferisce alle
osservazioni (che Galileo chiama "Assioma")
4. l’esperimento che dovrebbe convalidare o confutare l’ipotesi
(il "cimento sperimentale")
5. la tesi, legge che esprime i risultati ottenuti
Nel primo passo l’osservatore coglie gli aspetti salienti del
fenomeno che permettono di descriverlo schematizzandolo.
Ovviamente non e' possibile descrivere qualsiasi processo senza
riferirsi all’intuito, all’esperienza e alla sensibilità dello
sperimentatore. Nel caso dell’Archeologia, il fenomeno
osservabile è costituito dai resti archeologici e dal maggior
numero di dati relativi al contesto.
La seconda fase consiste generalmente nel formulare una legge
(in fisica classica il linguaggio è la matematica) che si
accordi il più possibile con le osservazioni sperimentali.Il
passaggio dalla prima alla seconda fase e' un'inferenza
induttiva, per cui da un’insieme di osservazioni particolari si
giunge ad una affermazione generale.
Il passo successivo e' quello che consiste nel ricavare il
maggior numero di conseguenze, e perciò di previsioni, a partire
dalle ipotesi. Le previsioni sono modelli funzionali che, in
Archeologia, devono contemplare la variabile comportamentale
umana.
Questa fase, che consiste in una inferenza deduttiva, si avvale
del supporto della matematica. Lo sforzo di deduzione si
accompagna anche a quello di sistemazione.
La quarta fase e' quella della verifica sperimentale, in quanto
si accetta il principio che, se una legge fisica e' vera, tutte
le conseguenze che da essa si possono dedurre matematicamente
devono essere confermate dall’esperienza entro i limiti
dell’incertezza delle misure. L’esperienza sperimentale, in
Archeologia, è la ricostruzione e l’uso del manufatto.
Anche un giovane studente, con l’opportuno linguaggio, può
capire ed essere in grado di appassionarsi a questo modo di “far
scienza”.
Il presupposto che sottende la fase dell’esperimento e' che
questo, se ripetuto nelle stesse condizioni, fornirà gli stessi
risultati. Ciò permette di confrontare i risultati in
“laboratori” diversi, di ripetere quante volte si vuole
l’esperimento per migliorare la precisione dei risultati.
Lavori compiuti con i giovanissimi hanno portato a risultati
formidabili. La sperimentazione archeologica ha condotto classi
di bambini a compiere percorsi molto più ampi rispetto ad una
semplice esperienza da ludoteca. Strutturando le nozioni
gradualmente, e ponendo di fronte ai piccoli sperimentatori
problemi da risolvere (in scala ridotta gli stessi che devono
affrontare i grandi) per via della loro visione scevra da
preconcetti spesso hanno trovato soluzioni brillanti in tempo
minore e più efficacemente rispetto ai grandi. Osservare un
gruppo di ragazzini mentre suddivide lo spazio per creare un
accampamento (i grandi devono solo rappresentare, in un’ottica
adeguata, i “simboli” del problema, come le condizioni al
contorno) è come rivivere la storia della geometria in breve. Le
loro “scoperte” vengono decontestualizzate dallo studio
tradizionale e si può attingere, in breve, alla meravigliosa
potenzialità insita in un cervello/corpo non ancora scisso dai
paradigmi esistenziali di questo secolo. La loro
incontaminazione intellettuale permette a loro di vivere
un’esperienza senza etichette, e i risultati che emergono fanno
pensare.
L'A.S. e i Bambini
Una esperienza recente è il lavoro compiuto dal nostro team
assieme ad un gruppo di bambini delle scuole elementari di un
istituto bolognese. Iniziato nel ’99 su una classe di 20
studenti di seconda elementare, si è progressivamente allargato
a tutta la scuola di 400 alunni. La sua durata totale è stata di
quattro anni, con un picco di attività nel 2001.
Il tema verteva sulla ricostruzione di un clan di cacciatori
raccoglitori. I “piccoli primitivi” dovevano costruire un
accampamento, viverci (creando cioè quelle infrastrutture
necessarie ad accogliere e supportare le più elementari attività
di sussistenza) e apprendere l’uso delle tecniche base per l’
esperienza. I “laboratori” trattavano dalla lavorazione della
pelle, al legno, all’osso e alla pietra, la pittura e la
raccolta di erbe commestibili. Tutto progressivamente, tenendo
conto della giovane età, della pericolosità di certe attività, e
comunque in parallelo alle attività didattiche tradizionali.
La valenza del lavoro outdoor fu formidabile, perché permise
spunti interdisciplinari a 360° su tutti gli ambiti, dall’arte
alle scienze, dalla lingua alla motricità. A tutti gli effetti,
l’unica cosa passata in secondo piano fu proprio ..lo studio
della preistoria.
I ragazzi vennero sollecitati nel cercare soluzioni a problemi,
da banali a via via più complessi: dall’elaborare metodi di
fissaggio delle strutture con nodi di corde fatte di fibra
vegetale (ovviamente prima bisognava trovarle, le fibre, e
imparare a intrecciarle) fino a come rendere più efficace il
proprio arco per far si che le frecce si piantassero sul
bersaglio. Esperimenti, tanti. Errori, anche comici, tantissimi.
Ma la soluzione ottimale, attesa, prima o poi faceva capolino.
Mai i docenti si intromisero, anche se a volte la fatica per
reprimere la naturale tendenza “a correggere” era tanta. Ma in
questo modo le scoperte venivano da sole, e si fissavano nella
sfera delle conoscenze del bambino, dal di dentro e non
venivano, come solito, appiccicate al di fuori.
La prima reazione fu di interesse e di partecipazione, come è
ovvio immaginare. Progressivamente vennero in luce altre
componenti di dinamica relazionale nel gruppo, molto
interessanti. La suddivisione dei compiti in funzione della
reale abilità, l’interdipendenza da questi ruoli,
l’enfatizzazione dei meriti (un “gioco di squadra” più serio di
ciò che si può immaginare) la consapevolezza della necessità di
“essere utili”, la rivalutazione delle semplicissime risorse
naturali (e quindi la cultura del non-spreco come una naturale
necessità, non come una moderna virtù) la sovversione (a volte)
dei criteri di giudizio nel rapporto didattico tradizionale (gli
alunni normalmente distratti in classe che si prendevano qualche
rivincita sui primi) e non ultima, la collocazione al vertice di
una piramide meritocratica di alcuni ragazzi diversamente abili,
che rivelarono doti assolutamente fondamentali per l’economia di
lavoro: non solo la loro differente abilità era enormemente
utile, ma la reinterpretazione del loro ruolo distruggeva con un
colpo di spugna qualsiasi visione politically correct o
pietistica del problema, alla faccia degli assistenti
sociali…tutto ciò in modo molto naturale.
La suddivisione della classe (la prima con cui partì
l’esperimento) in cacciatori o raccoglitori iniziò con una
semplice ed esplicita richiesta: chi voleva fare l’uno o
l’altro? Inizialmente – e come era forse prevedibile – i
maschietti volevano tutti fare i cacciatori. Le femminucce,
anche se alcune con indecisione, puntavano a diventare provette
raccoglitrici. Ma quando dovettero (tutti) cimentarsi nei “test
attitudinali” le sorprese furono parecchie. I Cacciatori
dovevano essere abili nello scovare tracce, essere silenziosi
nel camminare nel bosco, essere bravi nel colpire a distanza,
essere dotati delle abilità necessarie ad una vita d’azione,
essere “forti e coraggiosi”. Per contro, il raccoglitore doveva
essere in grado di scovare e riconoscere erbe, frutti, legni e
animaletti, lavorare con le mani gli elementi naturali, gestire
un insieme di conoscenze legate all’organizzazione della vita
nel campo. Ebbene, vi fu un (poco) sorprendente equilibrio, in
un clan così acerbo: metà dei maschi e metà femmine rivelarono
doti da cacciatori, e l’altra parte così ugualmente composta dai
raccoglitori. La cosa più sorprendente fu la distribuzione dei
ruoli e la conseguente nascita dei ranghi nelle rispettive
competenze: niente di più meritocratico poteva generarsi, anche
se l’interdipendenza nata così in modo naturale causò, nell’arco
di qualche mese di attività, un quasi perfetto equilibrio. I
“fannulloni” di indole si stimolarono a vicenda comunque, per
eccellere in qualcosa di utile, addirittura alcuni di questi si
specializzarono in canti rituali per sostenere quelli che
compivano lavori pesanti e difficoltosi (come erigere i pali per
i ripari) impegnandosi comunque.
Conclusioni
Archeologia Sperimentale è prima di tutto un metodo di indagine
scientifica, basata su principi osservativi e metodi di ricerca
replicabili, dati i dovuti assunti. Poi è una forma di
museologia: allestire ricostruzioni sul passato e far rivivere
scenari tangibili permette una più facile comprensione dei
contesti archeologici, un modo affascinante per valorizzare e
rendere fruibile il nostro Patrimonio. Infine è didattica e
pedagogia dell'archeologia, un mezzo potenzialmente formidabile
grazie al suo aspetto spettacolare che rapidamente attecchisce,
stimola e desta interesse, soprattutto tra i giovani. Per chi ci
sa fare è spettacolarizzazione "facile", e può essere corretta o
meno. (condotta cioè con onestà intellettuale oppure no...alla
fine costa uguale!). Nel moderno passato se ne sono viste di
tutti i colori, approssimazioni e improvvisazioni di vario
genere, addirittura falsificazioni che hanno danneggiato la
fragile struttura che regge la "credibilità" di questo sistema
comunicativo. Da parte degli accademici sovente il naso si
storce o nella migliore delle ipotesi si viene presi come dei
"pericolosi" contaminatori dell'essenza scientifica della
disciplina a monte, l'Archeologia(3) Giustamente, a volte, ma
certe volte no: è troppo facile fare dell'erba un fascio. Da
parte della gente comune, anche parecchio acculturata, si viene
"simpaticamente" presi come quei mattoidi che vogliono fare il
viaggio nel tempo, e divertirsi attraverso un re-enactement che
non necessariamente deve avere a che fare con una
scientificità...monotona, condita da miti postmoderni da maschio
selvatico e toni forti da survival ecologico. Ben vengano, per
loro, i toni sciagurati, capelli e barbe lunghe e magari anche
pelli addosso per chi dimostra tecniche di scheggiature o di
lavorazione delle pelli. Possono far comodo e far "cassetta"
nelle feste e nei raduni a tema...
Ma ovviamente l'improvvisazione non paga, Enti e Musei
incominciano a prestare notevole attenzione alla qualità del
servizio che cercano di proporre, e questo è buona cosa,
sicuramente. In un senso più ampio, è palpabile come proporre
Archeologia Sperimentale, cercare di promuoverla e definirsi
suoi addetti porta spesso oggi a dei misunderstanding. Nello
stesso tempo, è innegabile che la pletora di appassionati verso
l'A.S. sia aumentata di numero in questi ultimi anni. E' anche
incrementato l'interesse delle istituzioni accademiche che
iniziano a proporre corsi, seminari e specializzazioni, in modo
esplicito. Le scuole ed i Musei sempre più lavorano in rete, e i
"laboratori" proposti alle Scuole includono sempre più spesso
argomenti in cui la sperimentazione funge da catalizzatore,
incrementando l'interesse dei giovani studenti. All'Università
(e non solo nelle facoltà scientifiche) si propongono corsi
specifici e seminari, corsi di formazione per addetti alla
divulgazione della materia, con basi scientifiche e "metodo" per
insegnare.
Nel 2001 vi fu a Trento il primo convegno italiano dedicato
all'Archeologia Sperimentale. Il Server di Paleoworking ospitò
il sito ufficiale dell'evento. Vi furono centinaia di
ricercatori, studiosi e sperimentatori a partecipare. L'idea
"nell'aria" era quella di proporre una deontologia comune,
grossi nomi dell'Accademia vi avevano partecipato, alcuni forse
con delle aspettative. Purtroppo, a parte gli atti del Convegno
(che peraltro costituiscono ancora oggi l'unico contributo
italiano pubblicato sull'argomento, di un certo spessore) non si
è fatto nulla di concreto, ognuno se ne è tornato alla sua
parrocchia, e del "codice deontologico" non se ne è più parlato.
Sono nate a macchia di leopardo iniziative valide (ad esempio,
l'anno successivo sulle "catene operative dell'Arco
preistorico", sempre grazie all'Ufficio Beni Archeologici della
provincia di Trento), ma nulla di coordinato a seguire. Intanto
stanno proliferando richieste da enti pubblici e privati per far
nascere archeoparchi qua e là. Ogni Comune con testimonianze del
passato sul suo territorio rincorre contributi per creare parchi
a tema archeologico. Speriamo, e lavoriamo duro.
L’archeologia sperimentale, se si riuscirà a scrollare di dosso
quella ingombrante nomea di scienza approssimativa, uscendo
dalla buca di potenziale nei giudizi di chi per pigrizia la
relega nella mistificazione o nella pura attività
dilettantistica, meriterà un posto importante nelle discipline
della ricerca e offrirà un validissimo aiuto nella didattica,
come pure rappresenterà un potentissimo mezzo museologico, a
tutti i livelli. I medesimi esperimenti fatti assieme ai
ragazzi, anche se più dolorosamente (!) possono essere
realizzati anche con gli adulti. Gli stimoli – anche per loro –
non mancano. La Cultura del non spreco e il rapporto con gli
altri senza intermediarità è una grande conquista, “da grandi”.
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(*) Da "Galileo Galilei" di Roberto Cairo
[1] Nell’archeologia la sperimentazione è difficilissima. Le
scienze fisiche sperimentali tout court hanno protocolli
scolpiti nel granito, percorsi che tutto sommato risultano più
semplificati. La variabile comportamentale umana sulla quale
indagare gioca un ruolo talmente preponderante nell’analisi
sperimentale archeologica che a confronto leptoni, quark e onde
gravitazionali sono soggetti …malleabili da un punto di vista
“sperimentale”. Purtroppo questa variabile comportamentale
sfugge da qualsiasi possibilità di indagine conoscitiva seria.
[2] meglio dire “Popperiano”…
(3) Questo accade soprattutto in Italia, un paese che in virtù
della sua preponderante cultura umanistica degli addetti ai
lavori sul passato (museologi, archeologi, storici e anche
antropologi) con una spiccata pulsione verso l'epoca classica,
colloca sassi, ossa e resti biologici di varia natura in un
insieme di cose con un fascino indefinibile e per loro
inconsistente, su cui tutto si può dire e poco si può provare.
Cose su cui la testimonianza scritta non esiste, e soprattutto i
cui "tesori sepolti" sono di altro genere rispetto a capolavori
artistici, dotati di una espressività più vicina alla nostra
idea contemporanea per il bello. >>
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