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Archeologia Sperimentale

Cosa significa il termine Archeologia Sperimentale? Si potrebbero citare le definizioni di decine di autori. Purtroppo oggi appare un termine sempre più vago e sfuggente, e mai come in questi ultimi tempi ne emergono i suoi punti deboli, perché nella consuetudine, pare sia diventato il sinonimo riduttivo di un suo unico aspetto, la spettacolarizzazione dell'Archeologia.
In effetti la spettacolarità delle azioni possibili durante le dimostrazioni didattiche è alta, e il "mercato" che ci circonda sembra domandare proprio questo. E' indubbio che davanti ad una classe di bambini delle scuole elementari si possa "accendere" l'attenzione infuocando delle esche con il "bow drill", o tendere un arco primitivo e scagliare una freccia, condendo la performance con parole ricche di pathos. Ma l'Archeologia Sperimentale è anche altro, ovviamente e per fortuna.

L’archeologia sperimentale è un ambito conosciuto – ma non troppo – delle scienze archeologiche. O meglio, conosciuto da tutti ma non sfruttato sistematicamente né tenuto nell’opportuna considerazione (opinione personale dell’autore ma condivisa da molti altri) nella ricerca e nel mondo accademico italiano. Questo probabilmente è dovuto ad una serie di cause concatenate, non ultime il fatto che è una disciplina molto complessa[1], all’università non la si "studia" in un corso apposito (la quasi totalità delle Facoltà che si occupano di archeologia è di netta connotazione umanistica, non scientifica – e spesso si “pasticcia” sopra) e che chi ufficialmente (o professionalmente) se ne veste i panni, il più delle volte la presenta in un modo pittoresco, dilettantesco, spesso fuorviante e approssimativo. L’Italia, come al solito, rimane il fanalino di coda della ricerca, anche in questo campo. Europa del nord e Stati Uniti utilizzano la sperimentazione in modo consueto come strumento di studio e verifica, e lo fanno da parecchio.
In verità in questi ultimi anni qualche realtà accademica italiana ha speso tempo e denari nell’affrontare le tematiche sperimentali, utilizza sperimentatori abili e cerca di affermare il metodo come integrazione e supporto ai programmi di ricerca, anche se la domanda (in termini di studenti che desidererebbero applicarvisi) non è proporzionalmente supportata dall’offerta formativa e non esiste ancora una opportuna strutturazione nel coordinamento dei compiti.
Si è assistito in passato alla sperimentazione di qualche archeologo che, intuendo giustamente in questo una via d’indagine interessante si improvvisava lui stesso vasaio, vetraio, fabbro, scheggiatore, pescatore, cacciatore… deducendo dalle sue esperienze dirette, spesso maldestre, indicazioni comunque “pubblicabili” per via della loro indubbia originalità; questa piccola presunzione ha reso purtroppo un cattivo servizio al progredire delle conoscenze, per via di alcune conclusioni affrettate, discutibili, ma comunque divenute famose e prese come assunto.


 

 


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Nello stesso tempo, la grande quantità di volenterosi che si sono autoeletti “archeologi sperimentali” creando associazioni e gruppi di lavoro, a volte animati da uno spirito puro, a volte per pecularci sopra, ha sì diffuso l’interesse per la materia in sé per via della sua spettacolarità… ma ha generato enorme confusione, inflazionando il messaggio con una cacofonia semantica senza pari, soprattutto tra i mezzi di comunicazione e nel mondo della scuola. Il mondo accademico, naturalmente ha rifiutato questa archeologia dilettantistica, purtroppo eradicando per un lungo periodo (perlomeno qui in Italia) ogni prospettiva seria di sperimentazione scientifica applicata.
Chi oggi tra gli archeologi ha raccolto intelligentemente contributi multidisciplinari trasversali da tecnici, artigiani e “specializzati” è riuscito a compiere grandi progressi sull’analisi e interpretazione funzionale dei reperti relati ai contesti culturali specifici.
I personaggi specializzati a cui mi riferisco sono quelli il cui background culturale è l’esperienza maturata in anni di applicazione e le cui caratteristiche d’approccio ai problemi sono comunque basate sulla pragmaticità, cioè il “raggiungere lo scopo” con a disposizione mezzi limitati, nel nostro caso la deliberata rinuncia alla tecnologia moderna. Naturalmente ciò è avvenuto quando il lavoro di equipe tra ricercatori e sperimentatori ha funzionato: quando i tecnici hanno messo a disposizione le loro capacità agli scienziati e quando gli scienziati hanno deciso di stimolare al problem solving questi tecnici specializzati, soprattutto ascoltando le loro osservazioni. In questa cornice, lo scienziato ha il compito di dirigere l'esperimento, documentarne i progressi, elaborare collegamenti con ciò che esiste di pubblicato nell'etnografia, dedurre leggi e metterle in discussione con ulteriori sperimentazioni, variare il numero e la qualità delle variabili indipendenti, infine redigere e pubblicare i risultati. Infine, se la sua indole speculativa è creativamente realistica, elaborare protocolli per "prodotti" pedagogici a vasto spettro (che oggi il mercato chiede a gran voce) tenendo alti i contenuti pedagogico-scientifici.

Il Team

Da qui si può facilmente desumere come "l’Archeologo Sperimentale" sfumi dal singolare al plurale, e quindi sia da vedersi come una figura collettiva, un team, composto da più individui. L’indagine di scienza e la compenetrazione del problema pragmatico devono andare assolutamente insieme nella stessa direzione. Sperimentare significa rispettare l’empirismo (non è un gioco di parole) e osservare scrupolosamente degli standard, rispettare un protocollo replicabile ovunque e da chiunque ne abbia le capacità, permettendogli di confutare o confermare le conclusioni. Essere padroni delle condizioni di laboratorio, dei dati e delle procedure significa saper dare un giusto peso ad essi e saper scindere le variabili importanti da quelle trascurabili, e comunque registrare e elaborare sempre con precisione ogni processo e ogni tracciato operativo. Ciò per poter permettere ad altri ricercatori di aggiungere tasselli nel mosaico delle verità indagabili.
L’archeologia sperimentale è un ottimo modo di far ricerca, se ben condotta. Banalmente, di fronte all’interpretazione di un record archeologico dubbio, l’addetto ai lavori può rifugiarsi nello studio tecno-tipologico per analogia (con altri ritrovamenti di più immediata identificazione) e fermarsi qui, oppure può ispirarsi all’etnografia e sperimentare la ricostruzione del manufatto, confrontando le tracce d’uso dell’originale con quelle della ricostruzione e cercare possibili spiegazioni. Chiaramente l’analisi e la sperimentazione devono essere effettuate su basi scientifiche; deve essere possibile utilizzare tutte le risorse della tecnologia per mettere a confronto i dati, deve essere possibile gestire in modo “galileiano”[2] l’esperimento, per associare un valore probante a ciò che si compie. Insomma, non serve fare del buon modellismo, né cercare in modo approssimativo di surrogare con l’improvvisazione l’uso delle materie prime naturali e delle risorse a disposizione del determinato contesto.
 Archeologia sperimentale non è solo quindi ricostruire con attenzione una punta di freccia in selce o un bell’abitato palafitticolo. È studiare il modo con cui questi elementi della Cultura materiale venivano utilizzati, cercando il “fine” con il “mezzo” di una procedura il più oggettiva possibile, la famosa catena operativa. È di conseguenza che queste azioni diventano spesso spettacolari, se ben condotte, “spettacoli” che non hanno niente in comune con lo scopo della sperimentazione in sé; ed è su questo campo che nascono spesso degli equivoci. Primitivo non vuole dire rozzo e pittoresco (è inutile che sottolinei questa asserzione: gli addetti ai lavori lo sanno bene) ma spesso la chiave di lettura delle azioni in pubblico è questa, diverte e interessa ma va poco oltre, e spesso si ritorce su sé stessa.
Come fare di una debolezza virtù? Semplice: attenersi ad un codice deontologico che esiste più o meno nella testa degli sperimentatori (ma sul quale sarebbe opportuno definire dei punti fermi, perché l’indulgenza è una delle malattie che più ammorba gli animi tesi alla intuizione rivelatrice) e soprattutto capire quali sono gli elementi base da rispettare nella procedura di sperimentazione per ottenere dei dati validi. E qui si apre il dibattito: se si vuole stabilire la temperatura di fusione di un determinato metallo, è inutile perdere tempo e faticare sul focolare preistorico con un mantice a tasca manovrato dallo studente volenteroso; una fonte di aria forzata, generata da un compressore calibrato, può andare bene lo stesso. Un’altra cosa è se si vuole scoprire i tempi medi di un processo di fusione del metallo nello stesso focolare: l’elemento critico è la ventilazione forzata con i mantici preistorici. A questo punto vale chiedersi quanto vale l’elemento umano: il mantice deve essere animato dalla forza dello studente vigoroso, dal professore attempato o dall’ipotetico tecnico addestrato che sa come dosare forza, ritmo e metodo?
I percorsi di indagine corretti alla sperimentazione in Archeologia possono essere molteplici, perché ispirati da diverse discipline. Tutte queste vie interdisciplinari devono comunque intersecarsi e ovviamente convergere verso l’unico obiettivo di chiarire la visione e comprensione delle possibili verità. Verità al plurale, perché mai come in archeologia la Vera Verità non potrà mai definirsi, a meno di non inventare la macchina del tempo. Quindi si devono raccogliere dati, soprattutto si deve imparare a estrarli e gestirli nel modo corretto e nel rispetto delle metodologie d’indagine delle scienze, e si deve ragionare sempre in termini di probabilità e ipotesi.
Quando si cerca di replicare un’ascia levigata a taglio verticale di cui non se ne conosce il disegno del manico, non bisogna fidarsi delle sensazioni estetiche personali o rovistare nei cassetti della memoria copiando qualche immagine di modelli compiuti da altri; come minimo si dovrebbe realizzare qualche immanicatura per farla poi passare “nel crivello impietoso” del boscaiolo di professione. Questo per comprendere come il rigore indifferenziato è una presunzione che non ha senso spesse volte, e che fa solo aumentare “i costi” di un esperimento di laboratorio - quanto costa il tempo buttato via?
Altra cosa è la ricostruzione globale dello stesso esperimento, a favore di un pubblico generalmente non specializzato, ma che non ha senso alcuno se l’esperimento non è stato affrontato precedentemente con un atteggiamento speculativo e verosimile dai ricercatori. La “dimostrazione” ha senz’altro il suo fascino, e sempre più viene richiesta per rendere spettacolari gli eventi. Essa può anche essere archeologia sperimentale, ma non vanno vendute cose per quello che non sono. Se si vuole rispettare questa categorizzazione, anche lo spettacolo esige un completamento che può essere fornito da un’ appropriata comunicazione che racconta cosa si sta facendo, a cosa si vuol giungere e perché lo si fa. La didattica della preistoria e delle Culture antiche trova un validissimo aiuto dalle procedure della sperimentazione, soprattutto se l’obiettivo è stimolare interesse nei giovani. Qui la spettacolarizzazione può essere la carta vincente per far nascere interesse. I giovani, soprattutto i giovanissimi, sviluppano un interesse particolare e reagiscono con molto entusiasmo all’attività ludico-produttiva fatta con e mani.  Partendo da qui, è più facile aggiungere nozioni chiarificatrici, eliminando alcuni triti luoghi comuni e facendo comprendere come in larga scala il progresso tecnologico si è evoluto, con tutte le connotazioni socio – culturali - ambientali che ne derivano. Insomma, un’informazione concreta di cornice che permette ulteriori approfondimenti e genera nuovi stimoli.
 Principi base della sperimentazione
Un laboratorio di archeologia sperimentale destinato alla didattica dovrebbe innanzi tutto chiarire bene e a priori quale significato ha in sé la sperimentazione in archeologia. Paradossalmente questo primo passo è spesso trascurato. Anche un giovane studente è perfettamente in grado di comprendere che quello che si sta accingendo a fare non è un gioco o un re-enactment,: se lo si pone solo come tale può risultare un grosso spreco di energie. La premessa ad ogni attività di laboratorio è quella che è contenuta nella dichiarazione di intenti fondamentale di ogni attività di sperimentazione: la verifica “galileiana” di ipotesi interpretative sul significato di manufatti della cultura materiale del passato.

Schematicamente(*) il metodo sperimentale si articola in cinque fasi:
1. l’osservazione (la "sensata esperienza" di Galileo)
2. la descrizione del fenomeno
3. la formulazione di un’ipotesi che si riferisce alle osservazioni (che Galileo chiama "Assioma")
4. l’esperimento che dovrebbe convalidare o confutare l’ipotesi (il "cimento sperimentale")
5. la tesi, legge che esprime i risultati ottenuti

Nel primo passo l’osservatore coglie gli aspetti salienti del fenomeno che permettono di descriverlo schematizzandolo. Ovviamente non e' possibile descrivere qualsiasi processo senza riferirsi all’intuito, all’esperienza e alla sensibilità dello sperimentatore. Nel caso dell’Archeologia, il fenomeno osservabile è costituito dai resti archeologici e dal maggior numero di dati relativi al contesto.
La seconda fase consiste generalmente nel formulare una legge (in fisica classica il linguaggio è la matematica) che si accordi il più possibile con le osservazioni sperimentali.Il passaggio dalla prima alla seconda fase e' un'inferenza induttiva, per cui da un’insieme di osservazioni particolari si giunge ad una affermazione generale.
Il passo successivo e' quello che consiste nel ricavare il maggior numero di conseguenze, e perciò di previsioni, a partire dalle ipotesi. Le previsioni sono modelli funzionali che, in Archeologia, devono contemplare la variabile comportamentale umana.
Questa fase, che consiste in una inferenza deduttiva, si avvale del supporto della matematica. Lo sforzo di deduzione si accompagna anche a quello di sistemazione.
La quarta fase e' quella della verifica sperimentale, in quanto si accetta il principio che, se una legge fisica e' vera, tutte le conseguenze che da essa si possono dedurre matematicamente devono essere confermate dall’esperienza entro i limiti dell’incertezza delle misure. L’esperienza sperimentale, in Archeologia, è la ricostruzione e l’uso del manufatto.  

Anche un giovane studente, con l’opportuno linguaggio, può capire ed essere in grado di appassionarsi a questo modo di “far scienza”.
Il presupposto che sottende la fase dell’esperimento e' che questo, se ripetuto nelle stesse condizioni, fornirà gli stessi risultati. Ciò permette di confrontare i risultati in “laboratori” diversi, di ripetere quante volte si vuole l’esperimento per migliorare la precisione dei risultati.
Lavori compiuti con i giovanissimi hanno portato a risultati formidabili. La sperimentazione archeologica ha condotto classi di bambini a compiere percorsi molto più ampi rispetto ad una semplice esperienza da ludoteca. Strutturando le nozioni gradualmente, e ponendo di fronte ai piccoli sperimentatori problemi da risolvere (in scala ridotta gli stessi che devono affrontare i grandi) per via della loro visione scevra da preconcetti spesso hanno trovato soluzioni brillanti in tempo minore e più efficacemente rispetto ai grandi. Osservare un gruppo di ragazzini mentre suddivide lo spazio per creare un accampamento (i grandi devono solo rappresentare, in un’ottica adeguata, i “simboli” del problema, come le condizioni al contorno) è come rivivere la storia della geometria in breve. Le loro “scoperte” vengono decontestualizzate dallo studio tradizionale e si può attingere, in breve, alla meravigliosa potenzialità insita in un cervello/corpo non ancora scisso dai paradigmi esistenziali di questo secolo. La loro incontaminazione intellettuale permette a loro di vivere un’esperienza senza etichette, e i risultati che emergono fanno pensare.

L'A.S. e i Bambini

Una esperienza recente è il lavoro compiuto dal nostro team assieme ad un gruppo di bambini delle scuole elementari di un istituto bolognese. Iniziato nel ’99 su una classe di 20 studenti di seconda elementare, si è progressivamente allargato a tutta la scuola di 400 alunni. La sua durata totale è stata di quattro anni, con un picco di attività nel 2001.
Il tema verteva sulla ricostruzione di un clan di cacciatori raccoglitori. I “piccoli primitivi” dovevano costruire un accampamento, viverci (creando cioè quelle infrastrutture necessarie ad accogliere e supportare le più elementari attività di sussistenza) e apprendere l’uso delle tecniche base per l’ esperienza. I “laboratori” trattavano dalla lavorazione della pelle, al legno, all’osso e alla pietra, la pittura e la raccolta di erbe commestibili. Tutto progressivamente, tenendo conto della giovane età, della pericolosità di certe attività, e comunque in parallelo alle attività didattiche tradizionali.
La valenza del lavoro outdoor fu formidabile, perché permise spunti interdisciplinari a 360° su tutti gli ambiti, dall’arte alle scienze, dalla lingua alla motricità. A tutti gli effetti, l’unica cosa passata in secondo piano fu proprio ..lo studio della preistoria.
I ragazzi vennero sollecitati nel cercare soluzioni a problemi, da banali a via via più complessi: dall’elaborare metodi di fissaggio delle strutture con nodi di corde fatte di fibra vegetale (ovviamente prima bisognava trovarle, le fibre, e imparare a intrecciarle) fino a come rendere più efficace il proprio arco per far si che le frecce si piantassero sul bersaglio. Esperimenti, tanti. Errori, anche comici, tantissimi. Ma la soluzione ottimale, attesa, prima o poi faceva capolino. Mai i docenti si intromisero, anche se a volte la fatica per reprimere la naturale tendenza “a correggere” era tanta. Ma in questo modo le scoperte venivano da sole, e si fissavano nella sfera delle conoscenze del bambino, dal di dentro e non venivano, come solito, appiccicate al di fuori.

La prima reazione fu di interesse e di partecipazione, come è ovvio immaginare. Progressivamente vennero in luce altre componenti di dinamica relazionale nel gruppo, molto interessanti. La suddivisione dei compiti in funzione della reale abilità, l’interdipendenza da questi ruoli, l’enfatizzazione dei meriti (un “gioco di squadra” più serio di ciò che si può immaginare) la consapevolezza della necessità di “essere utili”, la rivalutazione delle semplicissime risorse naturali (e quindi la cultura del non-spreco come una naturale necessità, non come una moderna virtù) la sovversione (a volte) dei criteri di giudizio nel rapporto didattico tradizionale (gli alunni normalmente distratti in classe che si prendevano qualche rivincita sui primi) e non ultima, la collocazione al vertice di una piramide meritocratica di alcuni ragazzi diversamente abili, che rivelarono doti assolutamente fondamentali per l’economia di lavoro: non solo la loro differente abilità era enormemente utile, ma la reinterpretazione del loro ruolo distruggeva con un colpo di spugna qualsiasi visione politically correct o pietistica del problema, alla faccia degli assistenti sociali…tutto ciò in modo molto naturale.
La suddivisione della classe (la prima con cui partì l’esperimento) in cacciatori o raccoglitori iniziò con una semplice ed esplicita richiesta: chi voleva fare l’uno o l’altro? Inizialmente – e come era forse prevedibile – i maschietti volevano tutti fare i cacciatori. Le femminucce, anche se alcune con indecisione, puntavano a diventare provette raccoglitrici. Ma quando dovettero (tutti) cimentarsi nei “test attitudinali” le sorprese furono parecchie. I Cacciatori dovevano essere abili nello scovare tracce, essere silenziosi nel camminare nel bosco, essere bravi nel colpire a distanza, essere dotati delle abilità necessarie ad una vita d’azione, essere “forti e coraggiosi”. Per contro, il raccoglitore doveva essere in grado di scovare e riconoscere erbe, frutti, legni e animaletti, lavorare con le mani gli elementi naturali, gestire un insieme di conoscenze legate all’organizzazione della vita nel campo. Ebbene, vi fu un (poco) sorprendente equilibrio, in un clan così acerbo: metà dei maschi e metà femmine rivelarono doti da cacciatori, e l’altra parte così ugualmente composta dai raccoglitori. La cosa più sorprendente fu la distribuzione dei ruoli e la conseguente nascita dei ranghi nelle rispettive competenze: niente di più meritocratico poteva generarsi, anche se l’interdipendenza nata così in modo naturale causò, nell’arco di qualche mese di attività, un quasi perfetto equilibrio. I “fannulloni” di indole si stimolarono a vicenda comunque, per eccellere in qualcosa di utile, addirittura alcuni di questi si specializzarono in canti rituali per sostenere quelli che compivano lavori pesanti e difficoltosi (come erigere i pali per i ripari) impegnandosi comunque.

Conclusioni

Archeologia Sperimentale è prima di tutto un metodo di indagine scientifica, basata su principi osservativi e metodi di ricerca replicabili, dati i dovuti assunti. Poi è una forma di museologia: allestire ricostruzioni sul passato e far rivivere scenari tangibili permette una più facile comprensione dei contesti archeologici, un modo affascinante per valorizzare e rendere fruibile il nostro Patrimonio. Infine è didattica e pedagogia dell'archeologia, un mezzo potenzialmente formidabile grazie al suo aspetto spettacolare che rapidamente attecchisce, stimola e desta interesse, soprattutto tra i giovani. Per chi ci sa fare è spettacolarizzazione "facile", e può essere corretta o meno. (condotta cioè con onestà intellettuale oppure no...alla fine costa uguale!). Nel moderno passato se ne sono viste di tutti i colori, approssimazioni e improvvisazioni di vario genere, addirittura falsificazioni che hanno danneggiato la fragile struttura che regge la "credibilità" di questo sistema comunicativo. Da parte degli accademici sovente il naso si storce o nella migliore delle ipotesi si viene presi come dei "pericolosi" contaminatori dell'essenza scientifica della disciplina a monte, l'Archeologia(3) Giustamente, a volte, ma certe volte no: è troppo facile fare dell'erba un fascio. Da parte della gente comune, anche parecchio acculturata, si viene "simpaticamente" presi come quei mattoidi che vogliono fare il viaggio nel tempo, e divertirsi attraverso un re-enactement che non necessariamente deve avere a che fare con una scientificità...monotona, condita da miti postmoderni da maschio selvatico e toni forti da survival ecologico. Ben vengano, per loro, i toni sciagurati, capelli e barbe lunghe e magari anche pelli addosso per chi dimostra tecniche di scheggiature o di lavorazione delle pelli. Possono far comodo e far "cassetta" nelle feste e nei raduni a tema...
Ma ovviamente l'improvvisazione non paga, Enti e Musei incominciano a prestare notevole attenzione alla qualità del servizio che cercano di proporre, e questo è buona cosa, sicuramente. In un senso più ampio, è palpabile come proporre Archeologia Sperimentale, cercare di promuoverla e definirsi suoi addetti porta spesso oggi a dei misunderstanding. Nello stesso tempo, è innegabile che la pletora di appassionati verso l'A.S. sia aumentata di numero in questi ultimi anni. E' anche incrementato l'interesse delle istituzioni accademiche che iniziano a proporre corsi, seminari e specializzazioni, in modo esplicito. Le scuole ed i Musei sempre più lavorano in rete, e i "laboratori" proposti alle Scuole includono sempre più spesso argomenti in cui la sperimentazione funge da catalizzatore, incrementando l'interesse dei giovani studenti. All'Università (e non solo nelle facoltà scientifiche) si propongono corsi specifici e seminari, corsi di formazione per addetti alla divulgazione della materia, con basi scientifiche e "metodo" per insegnare.
Nel 2001 vi fu a Trento il primo convegno italiano dedicato all'Archeologia Sperimentale. Il Server di Paleoworking ospitò il sito ufficiale dell'evento. Vi furono centinaia di ricercatori, studiosi e sperimentatori a partecipare. L'idea "nell'aria" era quella di proporre una deontologia comune, grossi nomi dell'Accademia vi avevano partecipato, alcuni forse con delle aspettative. Purtroppo, a parte gli atti del Convegno (che peraltro costituiscono ancora oggi l'unico contributo italiano pubblicato sull'argomento, di un certo spessore) non si è fatto nulla di concreto, ognuno se ne è tornato alla sua parrocchia, e del "codice deontologico" non se ne è più parlato. Sono nate a macchia di leopardo iniziative valide (ad esempio, l'anno successivo sulle "catene operative dell'Arco preistorico", sempre grazie all'Ufficio Beni Archeologici della provincia di Trento), ma nulla di coordinato a seguire. Intanto stanno proliferando richieste da enti pubblici e privati per far nascere archeoparchi qua e là. Ogni Comune con testimonianze del passato sul suo territorio rincorre contributi per creare parchi a tema archeologico. Speriamo, e lavoriamo duro.
L’archeologia sperimentale, se si riuscirà a scrollare di dosso quella ingombrante nomea di scienza approssimativa, uscendo dalla buca di potenziale nei giudizi di chi per pigrizia la relega nella mistificazione o nella pura attività dilettantistica, meriterà un posto importante nelle discipline della ricerca e offrirà un validissimo aiuto nella didattica, come pure rappresenterà un potentissimo mezzo museologico, a tutti i livelli. I medesimi esperimenti fatti assieme ai ragazzi, anche se più dolorosamente (!) possono essere realizzati anche con gli adulti. Gli stimoli – anche per loro – non mancano. La Cultura del non spreco e il rapporto con gli altri senza intermediarità è una grande conquista, “da grandi”.

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(*) Da "Galileo Galilei" di Roberto Cairo
[1] Nell’archeologia la sperimentazione è difficilissima. Le scienze fisiche sperimentali tout court hanno protocolli scolpiti nel granito, percorsi che tutto sommato risultano più semplificati. La variabile comportamentale umana sulla quale indagare gioca un ruolo talmente preponderante nell’analisi sperimentale archeologica che a confronto leptoni, quark e onde gravitazionali sono soggetti …malleabili da un punto di vista “sperimentale”. Purtroppo questa variabile comportamentale sfugge da qualsiasi possibilità di indagine conoscitiva seria.  
[2] meglio dire “Popperiano”…
(3) Questo accade soprattutto in Italia, un paese che in virtù della sua preponderante cultura umanistica degli addetti ai lavori sul passato (museologi, archeologi, storici e anche antropologi) con una spiccata pulsione verso l'epoca classica, colloca sassi, ossa e resti biologici di varia natura in un insieme di cose con un fascino indefinibile e per loro inconsistente, su cui tutto si può dire e poco si può provare. Cose su cui la testimonianza scritta non esiste, e soprattutto i cui "tesori sepolti" sono di altro genere rispetto a capolavori artistici, dotati di una espressività più vicina alla nostra idea contemporanea per il bello. >>
 

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