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Parco delle Terramare di Montale, Settembre 2005

Il parco di Montale è al centro di un’operazione culturale “modello”, che ha coinvolto il personale scientifico del Museo civico archeologico etnografico di Modena e tanti altri ricercatori. Nel 1871 il Museo Civico di Modena nacque con l’intento di “dare dimora” alla grande mole di reperti che venivano alla luce dagli scavi delle terramare della provincia, e la loro massiccia esposizione (a quel tempo condizionata più dalla cultura di stampo “positivista” che da quella più strettamente legata ad una fruizione ragionata da parte del pubblico) già risultava molto imponente. Oggi la visione della museologia è mutata: allargandosi (doverosamente) ad un pubblico più vasto; la valorizzazione del reperto nel suo contesto originario e gli interrogativi sul suo significato ridisegnano il “messaggio” e vogliono condurre verso altre strade, per permettere una giusta valorizzazione sotto il punto di vista scientifico, didattico e divulgativo. La ricostruzione del villaggio di Montale, realizzato sul luogo stesso (traslato di poche centinaia di metri) dove sorgeva l’abitato dell’Età del Bronzo, nasce quindi da questi presupposti: un “polo culturale” su cui presentare attività scientifiche e didattiche, ma che trovano, nel contesto ambientale specifico, motivo in più per generare imprinting nei più giovani appassionandoli correttamente alla preistoria e per l’offrire stimoli ai visitatori, indipendentemente dalla loro matrice culturale. L’archeologia sperimentale, in questo senso, assume un significato educativo e interdisciplinare.

Montale ha rivelato una grandissima quantità di reperti. Tra essi rifulgono (per noi) punte di freccia di particolare fattura, di corno di cervo lavorato, a sezione circolare o quadrata, con spalle e peduncolo centrale. La loro manifattura è stata studiata attentamente; provengono dagli apici dei pugnali del palco di cervo, e tramite ammorbidimento con l’acqua (svariate ore) e la lavorazione con scalpelli e coltelli di bronzo venivano rifinite. Una procedura lunga e difficile, che testimonia l’abbondanza di una selvaggina scomparsa in pianura (il cervo) da 2000 anni e una grande abilità nella lavorazione della materia organica. Testimonia ovviamente anche l’attività di caccia (suffragata da innumerevoli ritrovamenti di ossa di mammiferi) per procurarsi alimentazione e materie prime, ma, nel caso delle cuspidi in oggetto, può suggerire una risposta bellica alla comparsa di protezioni dei guerrieri. La punta di selce, nell’età del bronzo, non è ancora completamente sostituita da quella metallica. Bellissimi esempi ne troviamo proprio a Montale, con una cuspide bifacciale in selce rossa recante un ardito ritocco denticolato, e altre peduncolate a spalla (quasi imitanti quelle realizzate in bronzo). La scheggiatura ed il ritocco della selce è un’attività in fase di declino, nella terramare, ma sopravvive per via della sua economicità rispetto al metallo. La punta in palco di cervo che troviamo a Montale, in tutte le sue varianti, ha la caratteristica di avere una sezione molto più ridotta e quindi permette la penetrazione contro superfici elastiche e robuste. Non certo una corazza di bronzo, ma un corpetto di cuoio bollito o una protezione similare può venire trapassata solo da una punta di questo genere. Le alette delle punte di selce e di bronzo comportano invece una ripartizione dell’energia all’impatto su una superficie maggiore, e, verosimilmente, sarebbero meno affidabili in un combattimento tra guerrieri “corazzati”. A scapito del maggiore potere lesivo della punta di selce o di metallo con alette, comunque la cuspide di palco ferisce e uccide, anche se in misura minore, ed è pur sempre efficace.

E veniamo all’arco. A Montale sono stati ritrovati almeno quattro frammenti di acero molto intriganti, lunghi da 40 a 70 cm. Sono intriganti per via del fatto che l’essenza, pur non essendo la migliore sotto il profilo dinamico, è coerente con gli studi etnografici e rappresenta un ottimo compromesso spingendo all’ottimizzazione del disegno (in questo caso proprio la sezione piatta) e la forma dei reperti non può che far vagare la mente. Alcuni di questi reperti suggeriscono intuitivamente la forma dell’arco piatto, anche se le sezioni sono fatte con gli anelli di accrescimento posti perpendicolarmente alla larghezza (cioè senza che l’alburno rivesta la parte posteriore dell’arco e il durame il davanti). Personalmente non lo considero un fattore critico: può essere un sistema per stressare meno la fibra dell’arco (piatto) e fargli seguire la corda (l’arcaio italiano Pierini da anni costruisce formidabili longbow di frassino in questo modo – a questo punto non so se sia un caso il fatto che anche lui è della provincia di Modena!). Tim Baker, probabilmente il più famoso tecnologo di arcieria primitiva americana, non è assolutamente parso perplesso di fronte a questa apparente incoerenza, anzi, ha asserito che sui legni di “seconda corda” (legni bianchi come alcune conifere, l’acero, l’olmo e il frassino) può essere un buon sistema per allungare la vita all’arco. Le estremità dei supposti flettenti non hanno alcun segno di scanalature per la corda, ma è ben noto, in etnografia, come questo non rappresenti assolutamente un fattore discriminante. Insomma, un buon stimolo per la ricerca, che in questo caso verrà portata avanti dal sottoscritto nel coordinare un formidabile team composto da artigiani italiani e tecnologi d’oltre oceano. A Montale, l’11 di settembre sono state presentate le nostre proposte. (VB)

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Mauro Cesaretto

Stefano Benini

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Approfondimenti:
La Cuspide di Tabina 1

  

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