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CACCIA ALL’ASSASSINO

dal documentario "Hunt for a Killer"
sull'Uomo dei Ghiacci
Discovery Channel (2003)

Vedi anche: www.brandoquilici.com       http://dsc.discovery.com/convergence/iceman/iceman.html

Il documentario

“Iceman, Hunt for a Killer” è il seguito di uno dei migliori e più premiati documentari realizzati su Otzi, ICEMAN, diffuso a marzo del 2002 in USA e relativo alla scoperta della cuspide conficcata nella sua spalla sinistra, allora recentissima. Brando Quilici, figlio d’arte del Fosco di documentaristica memoria, ebbe l’intuizione di realizzare un documentario a tinte “gialle” e lo ambientò ad arte tra laboratori e patologi legali in quel di Bolzano, ove è gelosamente custodita la mummia. 

Se nel primo emerse la fascinazione della scoperta scientifica (pensate, dopo più di undici anni!) nel secondo documentario l’intento è stato quello di indagare le possibili circostanze della morte violenta, suscitando una gran quantità di domande e ipotesi. La mia operazione di consulenza, come potrete facilmente immaginare, era quella relativa alla ricostruzione coerente dell’attrezzatura arcieristica, dei problemi balistici dell’ipotetico tiro e sulla ricostruzione delle armi della cultura del rame;  in altre parole un processo di reverse engineering tale da poter ipotizzare le circostanze arcieristiche che hanno implicato la morte del nostro soggetto. Tutto questo in collaborazione con Annaluisa Pedrotti dell’Università di Trento, membro del comitato scientifico archeologico dell’Uomo dei Ghiacci, che dalla sua scoperta vi ha lavorato ininterrottamente ed Egarter Vigl, il curatore della mummia.

Il giallo è appassionante. I dati sono innumerevoli, ma di difficile interpretazione. Molti di essi emergeranno probabilmente dalle future indagini, ma già da questo momento è possibile dedurre logiche interpretative, o perlomeno escluderne alcune fino ad oggi ritenute possibili.

Il dover ricreare, per una fiction scientifica le possibili circostanze dell’agguato e del combattimento è stata una esperienza assolutamente memorabile. Oserei dire un “esperimento” archeologico condotto senza risparmio. La troupe del Discovery Channel e della Brando Quilici Production (più di quindici elementi) ha permesso l’utilizzo di attori professionisti che hanno acrobaticamente “recitato” le possibili situazioni in settimane di lavorazione continua. Lo scenario, a 3200 metri di altezza (ovviamente non si è girato sul luogo reale della scoperta per evitare qualsiasi possibilità di inquinamento) in un’area prossima e comunque simile al killing site, ha reso l’ambientazione estremamente realistica e soprattutto ha permesso a noi "indagatori" una serie di ipotesi e sperimentazione di dinamiche difficilmente evocabili a tavolino. Non oso pensare alla fatica dei poveri (!) attori di cinecittà e altri reclutati in Val Venosta, formidabili professionisti abbigliati con estrema cura, in pelli e attrezzature ricostruite, che hanno subito eroicamente le nostre richieste; decine di ripetizioni e rielaborazioni di scene e azioni che via via ci venivano in mente. Nel documentario vi è stata anche la partecipazione di due validi arcieri FIARC, della 06 Alpi, che hanno partecipato ad una simulazione del tiro fatale con attrezzatura tecnologica da grande distanza. La loro prova ha dimostrato la difficoltà del tiro ad alta quota, con atmosfera rarefatta e vento in cresta. Naturalmente il documentario mostra brevissimi spot di queste azioni, nella logica di esporre in modo spettacolare le possibilità e commentandone il grado di probabilità scientifica. La realizzazione di alcune scene complesse mi ha permesso di dare uno sguardo e partecipare al difficile mondo della regia, degli effetti speciali e delle riprese acrobatiche. Il mio compito sotterraneo era quello di addestrare gli attori ad un uso probabile delle armi neolitiche, asce, coltelli, lance e ovviamente archi e frecce. Un delirio di saette mortali (nelle scene spettacolari che evocano il combattimento) e di corpo a corpo, non nascondo che lo studio dei backstage dei film di Nils Gaup, Howard Hill e di Kevin Costner mi è stato di molto aiuto.

 

 

I tempi di Otzi, la rivoluzione culturale

A corollario della sceneggiatura sta la forte tematica della rivoluzione culturale neolitica, i cui effetti sono più che attuali all’epoca di Otzi. Il passaggio tra l’uomo cacciatore e raccoglitore verso la cultura dell’allevamento e dell’agricoltura genera un incremento della violenza tra umani estremamente evidente; cinque – sei mila anni fa l’uomo inizia a combattere per la sua proprietà e il cacciatore, abituato all’uso delle sue armi, diventa guerriero. Nasce (e questo viene confermato dall’improvvisa quantità di testimonianze di massacri e violenza che nelle epoche precedenti non ha riscontro) la proprietà privata, l’ordine sociale, la gerarchia e di conseguenza l’invidia, l’avidità e la disperazione. Insomma, nasce la “civiltà” moderna.  E’ molto semplicistico, forse demagogico, bollare un fenomeno così importante con questa semplice frase. In effetti il cambiamento c’è stato, dovuto alla crescita demografica (grazie ad una ricchezza alimentare organizzata) e alla stabilizzazione degli insediamenti che iniziano a connotarsi come villaggi difesi, fortificazioni e quindi baluardi verso un potenziale aggressore. Prima di tutto ciò l’uomo viveva sicuramente con un maggior equilibrio tra sé e la natura, era nomade e flessibilmente integrato con i cambiamenti climatici e i movimenti della selvaggina. Un po’ come gli Indiani d’America prima dell’arrivo dell’uomo bianco, che rifiutavano il concetto della proprietà della Terra e della selvaggina. Ma l’impossibilità per una scienza nuova come l’archeologia di fornire indicazioni assolute oggi deve far procedere con estrema cautela ogni indagine e congettura, per evitare semplificazioni ideologiche.

Il documentario ha voluto sottolineare comunque questo dramma, come il preludio alla nascita di una umanità che – non dimentichiamo – ha permesso lo sviluppo del progresso.

Parlando della tematica principale, le scene dell’ipotesi della morte di Otzi successive all’inseguimento sono state molto interessanti. La teoria del “lizard tail gambit” che spiegherò oltre è stata ben ricreata, come pure quelle del combattimento corpo a corpo con il coltello (sostituito solo negli affondi in primo piano con una riproduzione di plastica tenera) mi ha fatto tremare, non per la sorte della mia lama di selce ma per la magnifica noncuranza professionale con cui questi attori se lo sventolavano davanti alla faccia balzando tra una roccia e l’altra!

Le teorie sulla sua morte

Il documentario ha voluto raccogliere e ricostruire le possibili circostanze dell’uccisione. Molti dubbi e perplessità, quindi, ma una grande quantità di stimoli da far meditare. Di cose veramente certe ce ne sono pochissime, ed è difficilissimo non perdersi nella fantasia.

La ferita alla spalla di Otzi potrebbe essere tale da legittimare l’ipotesi del colpo mortale, anche se sono ben noti casi in cui persone colpite da proiettile lento sopravvivano a lungo.  Un esempio a tema è l’Uomo di Kennewick  ritrovato in Nord America, datato 9200 anni, con una punta di lancia conficcata nel bacino ma circondata da tessuto osseo rigenerativo, oppure la donna di 11000 anni fa della Grotta di S.Teodoro, in Sicilia, con tracce di proiettile litico (probabilmente una cuspide di freccia) colpita nel fianco e comunque sopravissuta alla ferita per lungo tempo. Anche in questo caso il callo osseo lo testimonia. La mia esperienza di caccia con attrezzature  preistoriche, e quelle dei bowhunters con i quali sono in contatto, può essere utile… ma fino ad un certo punto (non ho un vissuto specifico di battaglie tra umani…e su questo fronte fortunatamente la bibliografia è scarsa). L’impressione che ricevo dalla ferita e dalla penetrazione della freccia, paragonata a simili situazioni sui selvatici è comunque che la ferita potesse essere o divenire mortale, anche se i tempi e le circostanze oggi conosciute non sono in grado di favorire un verdetto sicuro. Nel nostro caso i dati sono questi: la freccia ha penetrato i tessuti del giaccone e la spalla, ha sfondato la scapola e si è fermata a pochissimi centimetri dal polmone. Probabilmente (e questo si potrà accertare con l’estrazione della punta) la cuspide ha reciso tendini e una vena  o un’arteria, e ciò può solo significare la paralisi del braccio sinistro e una morte progressiva per infezione batterica o rapida per emorragia. Sicuramente la ferita è stata dolorosissima, ha provocato un forte dissanguamento e un indebolimento progressivo. Ritengo molto difficile che Otzi sia riuscito a spezzarsi l’asta da solo, vista la posizione, e soprattutto la dolorosità estrema della ferita. Il fatto che non sia stata trovata alcuna asta spezzata nelle vicinanze potrebbe significare o una caduta durante la sua fuga (non oso pensare al dolore conseguente) e ad una conseguente perdita dell’asta in altro luogo, oppure dare origine ad una interpretazione meccanica dell’auto estrazione diversa: se la freccia che ha colpito Otzi fosse stata composita, con un foreshaft distale simile a quella ritrovata in faretra, il distacco dell’asta sarebbe potuto essere possibile con una minor sofferenza; oppure i concitati movimenti della fuga potrebbero averne provocato il distacco automatico, come spesso avviene in caccia con il selvatico. Il motivo di costruire aste dotate di foreshaft è proprio quello di favorire il recupero dell’asta, lasciando la punta e il piccolo stadio distale all’interno dei tessuti. Fare un’asta diritta e impennarla è molto più difficile e lungo (quindi antieconomico) che costruire la cuspide e armarla con un foreshaft. Da qui la necessità di recuperare l’asta impennata. Se l’autopsia e l’analisi dei tessuti rimossi rileverà tracce di legno diverso connesso alla cuspide (generalmente il foreshaft è fatto con un legno più duro di quello usato per l’asta) o addirittura di corniolo come l’asta a due stadi completa rinvenuta in faretra, potremmo avere indizi in più, che potrebbero suggerire come l’asta diversa della faretra sia uno degli strali indirizzati ad Otzi e che lui ha recuperato durante la sua fuga per poterlo riutilizzare poi.

Prima della scoperta della cuspide nella spalla, le ipotesi sulla sua morte vertevano su tre diverse teorie: la più “scomunicata” oggi è quella che vedeva il nostro affaticato dalla lunga salita della Tisental addormentarsi spossato e venir colto da una improvvisa e pesante nevicata. Una morte per perdita progressiva dei sensi e successivo assideramento. L’altra recitava una fuga precipitosa dal villaggio e da un’aggressione (per via delle armi ritrovate non finite e per le supposte fratture alle costole destre della prima radiografia austriaca); oggi parzialmente risulta rivalutata. Il primo studioso che si cimentò con il mistero di Otzi, Konrad Spindler, la propose nelle sue pubblicazioni scientifiche e venne divulgata nel libro “l’uomo dei ghiacci” pubblicato nel 1993. Il professor Spindler, ipotizzando un combattimento o comunque una colluttazione, anche se si basava su dati errati o incompleti senza saperlo, intuì qualcosa di molto prossimo alla verità.

Altri (soprattutto Johan Reinhard, esperto di mummie sudamericane)  ipotizzarono un “sacrificio rituale”, per giustificare il fatto che al nostro uomo dei ghiacci, evidentemente un  personaggio di spicco della sua comunità, non venne trafugato nulla, soprattutto la preziosa ascia di rame. Oggi, alla luce della scoperta (e di quella successiva della ferita alla mano destra interpretabile come ferita da coltello litico per via del suo profilo irregolare) la morte violenta da combattimento appare la più probabile. Resta da interpretarne la circostanza. Volendo riassumere le possibilità più significative, la prima è quella di una ferita di caccia accidentale. Un tiro malaccorto, e un occultamento del cadavere da parte del compagno di caccia reo di assassinio colposo . Ovviamente esso non poteva portarsi a casa le cose di Otzi.

A me pare debole (alla luce della perfezione del tiro e delle altre ferite sul corpo) ma comunque non potremo mai escluderla.

La seconda ipotizza una ferita accidentale: buona parte delle illazioni degli otziologisti d’oltre oceano riguardano la possibilità che Otzi sia stato ferito accidentalmente da una sua freccia. Una sua caduta, mentre estraeva la freccia, oppure la freccia che trapassa la faretra e di conseguenza la schiena del malcapitato. Da arciere e cacciatore, mi sembra assolutamente fantasioso che una freccia “accidentale” possa trapassare la spessa pelliccia del giaccone, sfondare la scapola e penetrare in profondità attraverso i muscoli della spalla, soprattutto trovandosi nella posizione così come è stata rilevata. Fantasioso, anche se forse virtualmente possibile. L’esperienza insegna come una freccia da caccia moderna (e quelle con la cuspide di selce non sono certo da meno) possa essere pericolosa se maldestramente maneggiata. Un volo da un appostamento sull’albero (le cadute dal tree-stand sono le cause più comuni di incidenti di caccia in Usa) con la freccia incoccata nell’arco può senz’altro essere pericolosa, ma ipotizzare uno scenario simile per l’uomo dei Ghiacci mi sembra decisamente azzardato, sarebbe per le sue caratteristiche riscontrate il primo caso del genere.

L’interpretazione dell’auto-ferita fa acqua da tutte le parti. Prima di tutto perché, come abbiamo riportato precedentemente,  chi ha analizzato il corpo di Otzi ha scoperto altre ferite da offesa, e gli elementi scientifici che hanno esaminate sono assolutamente coerenti (e gli scienziati forensi conoscono bene il loro mestiere). Via via che l’ipotesi da morte violenta è divenuta sempre più realistica, Egarter ha scoperto ferite varie sul corpo che rafforzano l’idea di un combattimento ravvicinato. Il profondo taglio sul palmo della mano destra e altre contusioni (inizialmente non evidenziate o attribuite ai danni del post scongelamento e al trasporto) classicamente sono definibili come ferite da punta e da taglio “autodifensive” contro armi affilate.

Le successive interpretazioni prevedono comunque situazioni violente: la fuga precipitosa dal villaggio assalito da nemici o predoni, l’inseguimento, il ferimento e la morte in una posizione nascosta (e quindi il ritrovamento del corredo non predato) oppure l’omicidio da parte di un altro pastore che vuole impossessarsi del gregge di Otzi. Il nostro ferito gravemente fugge, si nasconde (e quindi l’ascia non viene rubata) ma muore per le ferite e per il repentino abbassamento della temperatura.

Una variante, significativa, descrive uno scenario abbastanza articolato ed è affascinante: “lizard tail gambit”, così come viene chiamata dagli otziologisti Usa capeggiati da Petr Jandacek, è la teoria che vede il nostro assalito da un cattivo che vuole rubargli la preziosa ascia in rame, viene da lui ferito nel combattimento corpo a corpo, viene inseguito e successivamente colpito dalla freccia, ma ancora in grado di resistere fugge e pianifica una strategia difensiva. Molto simile alla strategia scacchistica (il gambitto della coda di lucertola, in cui dei pedoni vengono sacrificati per migliorare la difesa e il contrattacco) egli dissemina alcune sue cose nelle vicinanze, arco, faretra, zaino e la preziosa ascia come esca. Tiene con sé solo il coltello e il contenitore di betulla con i carboni caldi e si nasconde coperto dalla neve, magari lasciando libero un piccolo spiraglio visuale. L’aggressore però non lo trova e sopraggiunge il maltempo. Otzi si addormenta e indebolito dalle ferite muore nel torpore, congelandosi.

Credo che la fantasia e la creatività possano suggerire infinite varianti al dramma dell’Ötzaler Alp. Sarà impossibile stabilire le vere circostanze. L’unica cosa certa (o perlomeno non esistono altre evidenze che possano far supporre il contrario) sulla quale si sta ovviamente lavorando, è la sua ferita di freccia; e su quella, analiticamente e scientificamente si può speculare. (VB)

     

    

Le frecce della faretra di Otzi

Otzi con sé portava una faretra con quattordici frecce, dodici aste abbozzate di Viburnum Lantana  con solo l’incisione per la cuspide, e due complete, ma rotte. Una è interamente di Viburno, l’altra è composita, con un’estremità distale di corniolo su cui è armata la cuspide. C’è chi dice che l’aggiunta di tale prolungamento sia servito a riciclare un’asta precedentemente rotta negli ultimi 10 cm. Piuttosto io credo testimoni la tecnica per creare un missile a due stadi, come è ben noto in etnografia, per i motivi citati prima. Queste due hanno un altro elemento che le differenzia: l’impennaggio elicoidale, assicurato all’asta con resina di betulla e rinforzato con un avvolgimento di pelo di pecora, in una si presenta destrogiro, l’altra levogiro. Questo ha fatto supporre Arm Paulsen (il primo ricostruttore dell’attrezzatura arcieristica di Otzi) che fossero prodotte da due persone diverse, una destra e l’altra mancina. Apparentemente la cosa non fa una grinza. Poi un giorno ho dato uno sguardo alle mie frecce che uso a caccia, alcune fatte molto tempo fa delle quali non avevo chiaro ricordo, e ho trovato la stessa cosa. In una vecchia faretra di pelle di caprone c’erano insieme frecce impennate con legatura a spirale destra, altre sinistra. Morale: è assolutamente indifferente nel processo di legatura l’avvitamento della spirale, dipende solo da dove si vuol partire ad avvolgere, se dalla cocca oppure dall’estremità opposta. La medesima cosa me l’ ha confermata Oscar Gonzalez, sicuramente più esperto di me in fatto di repliche di frecce preistoriche. Comunque sia ciò non toglie che le due frecce potrebbero essere frutto di due mani diverse.

Le cuspidi in oggetto, quelle ritrovate armate nelle frecce della faretra, sono parte di due aste rotte in più punti. Da un esame attento le rotture non mi sembrano frutto di una caduta (le altre aste non impennate né armate risultano integre, e sono la maggioranza) ma piuttosto suggeriscono essere frecce “recuperate” più volte (l’analisi delle tracce di sangue presenti fino a 50 cm dalla punta lo conferma), poi tirate infine contro un bersaglio mancato, quindi rotte e su cui lavorare per riciclarne elementi preziosi. Potrebbero essere frecce che hanno mancato il nostro in fuga e prontamente da lui recuperate per essere riutilizzate (Otzi aveva solo materiale non terminato, ma recava con sé tutti gli utensili necessari alla ricostruzione e assemblaggio).

La cuspide assassina

Della freccia assassina non rimane altro (per adesso) che la piccola cuspide di selce, rilevata dalla radiografia del prof. Gostner a Bolzano e ricostruita dapprima virtualmente dalla tomografia successiva in tre dimensioni. Naturalmente i raggi x passano indisturbati il materiale organico, per cui non è oggi possibile sapere se e quanto materiale organico sia connesso alla cuspide. Dall’immagine della mia ricostruzione potete notare come essa sia veramente misera: 2,1 cm di lunghezza per 1,7 di base.

Dimenticavo: le relazioni interpretabili dalla stupefacente quantità di accessori arcieristici di Otzi fanno supporre che fosse di cultura sud-alpina, perché le cuspidi che armano le due sole frecce  integre in faretra (ammesso siano sue e non raccolte durante la fuga) sono appartenenti all’insieme culturale del versante sud delle alpi, non quindi cuspidi nord tirolesi, quindi.

Peraltro, anche la cuspide nella spalla, anche se più corta, è della medesima tipologia. Pare che gli antichi austriaci (delle Culture di Cham e di Altheim) prediligessero cuspidi a base piatta o leggermente concava, senza peduncolo centrale. Esse, nelle testimonianze archeologiche, sono la stragrande maggioranza. Questa caratteristica, di puro significato culturale e non funzionale, differenzia e permette di classificare l’incidente cruento di Otzi come frutto di un combattimento tra genti del versante sud delle alpi. D’altro canto, le indagini sui residui di cibo ingerito da Otzi hanno permesso con ragionevole sicurezza di definire il percorso da lui compiuto, che cominciò dall’inizio della valle Venosta e che proseguì in direzione del dell’attuale Lago artificiale di Vernago, poi lungo la Tisental (valle di Tisa) fino al Giogo di Tisa, il “killing site” sullo spartiacque tra la Punta di Finale e l’Hauslabjoch, che segnano il confine tra il versante nord e sud della montagna dell’Otzaler Alp.

Questo ci può dire con buone probabilità che gli assalitori di Otzi facessero parte di un gruppo culturale “protoitalico”. Se le frecce in faretra completate, cioè armate con le cuspidi, fossero di proprietà del nostro, anche lui con molte probabilità potrebbe essere della medesima etnia.

Detto questo, il dubbio sulla piccola cuspide rimane. E qui vi riassumo le mie incertezze.

Il mio obiettivo oggi è elaborare un modello predittivo che possa aiutare ad interpretare il corredo balistico (e da esso tutte le conseguenze che si possono immaginare) di chi ha colpito il Nostro, definire gli standard per la sperimentazione, effettuarla, e attendere i dati che potranno emergere dopo l’autopsia della mummia per arrivare ad un risultato realistico di comparazione.

    

 

Il fatto certo è che la cuspide è veramente poverina. Ma ha penetrato comunque 50 mm. di tessuto e ha sfondato la scapola sinistra. E poi non sappiamo ancora se nell’impatto ha attraversato altri tessuti o materiale, e i danni comunque ne ha fatti. la “cuspidina” è veramente molto piccola, il suo peso prossimo ai 2 grammi, simile in dimensioni e peso, ad esempio,  a certe cuspidi del Mali e del Niger dello stesso periodo (vedi foto a lato) e di quelle nordafricane.

Le cuspidi nordafricane sono caratteristiche di un aspetto culturale specifico con archi e metodologie di caccia sostanzialmente diverse a quelle dei cacciatori alpini, questo testimoniato dall’omogeneità dei reperti, dagli studi paleoambientali che testimoniano la scarsità di essenze tali da consentire la costruzione di archi forti, le pitture rupestri, ecc.

Il neolitico africano è letteralmente omogeneo e sotto quest’aspetto  la casistica delle sue cuspidi porrebbe comunque le dimensioni di quella della spalla di Otzi tra quelle di maggior grandezza.

Gli africani del nord del neolitico avevano archi deboli, praticavano le cacce di gruppo alla grossa selvaggina, e i loro abbattimenti erano basati probabilmente su molte frecce che colpivano la preda e la indebolivano progressivamente.

Da qui il dubbio: Arco forte e freccia da “ultima chance” o arco da femminucce, la “teoria dell’amante arrabbiata”??

La prima, scartando l’ipotesi culturale africana, è che tale cuspide sia frutto di un ritocco correttivo per permettere il suo riutilizzo, evidentemente eseguito a cuspide immanicata. In altre parole, che la cuspide faccia parte di un corredo arcieristico simile a quello di Otzi e che l’apparato propulsore sia comunque “prestante”. Quando parlo di un corredo prestante intendo un insieme arco-freccia tale da consentire la caccia in solitario e l’abbattimento selettivo di ungulati; un corredo quindi consono alle esigenze di un cacciatore singolo (o tutt’al più che caccia assieme a pochi altri compagni) che consenta tiri a distanza medio bassa e che favorisca al massimo quei fattori lesivi che portino ad un recupero ergonomico del selvatico di grosse dimensioni. Fin qui non c’è una grinza: io non mi sognerei mai di andare a caccia di grossa selvaggina con un arco meno forte di 25 kg e con delle frecce più leggere di quelle trovate nella faretra di Otzi.

Perché ultima chance? Sono state trovate in contesti anche più antichi testimonianze di come, in situazioni di emergenza, il cacciatore “svuotasse” la sua faretra contro il bersaglio. Se come ogni buon cacciatore che si rispetti, in spalla porta numerose frecce e tra esse anche quelle dedicate alla piccola selvaggina, in un momento estremo, dopo aver tirato le sue frecce migliori…svuota la faretra anche con quelle di diversa vocazione. In Danimarca, presso il lago di Vig, venne trovata una bellissima costola di uro (bos primigenius) mesolitico con una punta di freccia trapezoidale (il classico tranciante trasverso, un trapezio con il lato maggiore che corrisponde al profilo di impatto) conficcata dentro. E’ facile immaginare come quel povero bisonte, già ferito da altre frecce, in procinto di defungere come un toro pieno di banderillas, abbia ricevuto anche questa freccia in più, anche se non destinata a lui “in teoria”. Il cacciatore ha sicuramente tirato a lui tutto il tirabile (avrei fatto così anch’io, con un bisonte ferito e arrabbiatissimo in mezzo all’acqua) non preoccupandosi della “forma” pensando che male allo scopo (!!) non avrebbe fatto. Dipende dal punto di vista…

Pensare che la cuspide sia frutto di un “recupero” post uso precedente deriva dal fatto che la sua dimensione di base è molto prossima ad altre più lunghe, coeve. Cuspidi “nuove” a pianta inscrivibile in un quadrato (mi riferisco all’area “viva”, cioè senza peduncolo) mi risulta siano praticamente inesistenti in contesti di sepoltura, ove abbondano quelle a superficie triangolare isoscele (larghezza di base < 2 x lunghezza area viva).

Paragonando poi la cuspide in oggetto a quelle del corredo di Otzi, si vede immediatamente come la larghezza di base sia più o meno coincidente, mentre la lunghezza dell’area “viva” sia quasi del doppio. Come si può vedere nella foto, in questa mia ricostruzione approssimata  la differenza di lunghezza è discreta. Cosa comune a tutte e tre le originali penso sia il processo di “riutilizzazione”, evidente dall’approssimazione del ritocco e dai segni evidenti di impatto (ipotesi corroborata dalle tracce di sangue ritrovate sulle due del corredo). La cuspide della spalla a questo punto risulterebbe caratteristica del processo di riutilizzo più avanzato. Il ritocco progressivo riguarda ovviamente la punta, ma anche le spalle, che negli impatti rappresentano ulteriori punti deboli. In numerose situazioni di caccia mi è capitato di dover ravvivare il taglio e addirittura procedere a dei ritocchi anche molto forti su frecce scagliate in precedenza e non andate a bersaglio, oppure a frecce che avevano colpito il bersaglio perdendo parte della loro integrità. In queste situazioni, fortemente contingenti (non avevo né tempo né materiale a disposizione) spesso ritoccavo la cuspide (dopo aver verificato la sua solidità strutturale con l’asta) semplicemente appoggiandomi ad un tronco (usandolo cioè come supporto – incudine) e utilizzando il ritoccatore di corno. Fino ad un certo limite è possibile procedere senza compromettere la balistica della freccia, poi quando la lunghezza dell’area “viva” diventa inferiore alla sua larghezza, normalmente la freccia viene “declassata”: personalmente riutilizzo queste frecce per la caccia ai volatili, sostituendo l’impennaggio con uno di maggiore superficie, in quanto la loro capacità di penetrazione diventa molto inferiore al necessario per la grossa selvaggina.

La seconda ipotesi, che ironicamente chiamo “teoria dell’amante” è quella basata sulla diversità strutturale della punta dagli altri esempi che potrebbe portare a interpretarle come un corredo specifico di un attrezzatura più debole. Una donna o un giovane che utilizza una attrezzatura adatta alla sua forza, dedicata per lo più alla piccola selvaggina.

E’ in questo caso mi sorgono dei dubbi. Una punta di freccia come quella nella spalla ha un profilo veramente poco “performante” – scusate il termine orrendo – e comunque mi riservo ulteriori congetture in merito, finché non sarà possibile “toccare con mano” la cuspide conficcata e verificare il grado di “affilatura” suo proprio, nonché gli eventuali residui che si è trascinata dietro.

Avendo intuitivamente una capacità penetrante limitata, sto elaborando un modello matematico predittivo per calcolare il limite inferiore di energia cinetica e quantità di moto che tale freccia debba possedere per poter comunque penetrare tessuti e scapola per 50 mm. circa. Di conseguenza a ciò verificare la “teoria dell’amante” (o moglie…) infuriata che tende il suo debole arco e che comunque riesce a ferire…

 

 

dx: cuspidi della Cultura di Remedello a confronto con la punta assassina.
sin: la probabile ricostruzione della freccia

conclusioni

Ecco perché sto lavorando sulla teoria della penetrazione nei tessuti e sulle ferite da arma da taglio, aiutato da patologi e esperti di balistica forense. Questo modellino matematico predittivo e sperimentale potrà probabilmente aiutarci nella sperimentazione fisica vera e propria. Assimilare le formule balistiche delle armi da fuoco è fuorviante, la lacerazione dei tessuti provocata da un proiettile, sferico oppure ad ogiva non è d’aiuto. Si procederà comunque nella sperimentazione, cercando di individuare empiricamente quelle variabili legate alla morfologia (e alla capacità di taglio) in modo da poter rettificare le formule. In più, dopo l’estrazione della punta dalla spalla potremo fare calcoli più accurati venendo a conoscenza di che tipi di tessuto la freccia ha attraversato prima di penetrare il corpo, senza contare che se sulla cuspide viene trovato qualche residuo di legno da immanicamento, potremo anche arguire la possibilità che le frecce in faretra di Otzi siano state da lui recuperate nella fuga, messaggere di morte mancata… abbandonando la teoria dell’amante!!

Tenete conto che le frecce in faretra, mi riferisco a quelle integre con le cuspidi fissate, sono quanto di più virile si possa avere a disposizione. Per intenderci, allo stato attuale delle conoscenze, si potrebbe arguire un sistema d’arma molto potente, con un arco di carico tra i 38 e i 45 kg di peso di trazione, degno di un longbowmen inglese della guerra dei cent’anni!

Da questi dati al calcolo dell’energia (e della quantità di moto) della freccia il passo è breve; si potrebbe facilmente calcolare il carico dell’arco che le ha scagliate, con ragionevole approssimazione. Attenzione, però: esistono precedenti etnoantropologici illustri che potrebbero far saltare per aria tutta queste ipotesi deduttive così apparentemente logiche. Da studi decisamente scientifici svolti da P.H. Blyth nel ‘90 su vari corredi d’archi e frecce egizi, salta fuori un bel rebus: le frecce studiate sono di masse e dimensioni assolutamente inadeguate al carico degli archi ritrovati en suite. Tanto da far pensare a cose strane. Vi parlo, ovviamente, come arciere moderno e fisico, che sbalordisce di fronte a una freccia del peso di 15 grammi e una sezione di 0.5 cm. associata ad un arco da 20 kg. Ricordate lo spine e il paradosso dell’arciere? teoricamente sarebbe dovuta andare bene ad un arco di 7,5 kg!  E tantissimi altri esempi, tanto da far pensare ad una “regola”. Per farla breve, l’autore (un fisico) ipotizza che I nostri egiziani, per un periodo di più di 1500 anni (tale è l’excursus temporale tra I reperti studiati, compresi quelli della tomba di Tutankamon) avessero bypassato il gap “meccanico” supplendo alla scarsa tecnologia con una tecnica di tiro particolarmente efficace, che permetteva loro di scagliare frecce apparentemente “giocattolo” sul nemico facendo comunque danni. D’altro canto sono ben testimoniate (Winlock, 1945) imprese arcieristiche e l’efficacia dell’arco, tanto da far supporre l’arco e le frecce come una costante tra le varie armi egiziane nell’arco di migliaia di anni. Questo (e altri riscontri etnografici lo confermano, vedi la tecnica di Ishi) per confermare un peso alla variabile umana tutt’altro che indifferente. Dove non arriva la tecnologia arriva l’abilità dell’uomo. Nel caso di Otzi, confortano le dimensioni delle aste ritrovate in faretra, assolutamente pesanti e massive. Non sembrerebbe possibile quindi associare l’osservazione sugli egizi alle attrezzature alpine, ma osservando e riproducendo la cuspide, ed in assenza di ulteriori dati, è meglio tenerne conto comunque.
(Vittorio Brizzi)

Otziology: così negli states è chiamata la preudo-scientifica ridda di illazioni che in ambiente accademico o no si ispira, si alimenta e cresce progressivamente intorno ai misteri di Otzi, così come è chiamato l’uomo dei ghiacci del Similaun dalla sua scoperta avvenuta nel marzo del 1991. Soprattutto è sui misteri che affascinano di più, quelli relativi alla causa della sua morte, che si sta scatenando l’interesse pulp e mediatico. Dopo quasi dodici anni dalla sua scoperta casuale, ovviamente la nebbia non si è diradata e sicuramente non si arriverà mai ad una soluzione assoluta e completa, anche se le ultime scoperte aprono uno spiraglio, tragicamente logico, sull’argomento.

Otzi è un “unicum” assoluto dal punto di vista scientifico. Di mummie preistoriche nel mondo ne sono state trovate centinaia, alcune antiche quanto lui, ma di situazioni oggettive simili non se ne parla. La maggior parte di esse, la quasi totalità, sono riferibili a sepolture deliberate, in cui il processo di mummificazione è stato indotto dall’uomo oppure permesso dalle particolari condizioni climatiche ed ambientali. Sepolture comunque, che raccontano moltissimo del soggetto mummificato, che forniscono interessantissimi dati sulla fisiologia, biologia e sulla genetica dell’uomo e sul suo passato, ma che comunque rimangono “solo” indicatrici e testimoni di un processo rituale o religioso, narranti un particolare e specifico aspetto sociale e culturale, quindi.

Otzi è invece una “fotografia” di 5200 anni fa. La sua peculiarità è che è stato “congelato” nel tempo con gli attributi e gli elementi della sua cultura materiale quotidiana, e la enorme messe di oggetti funzionali ritrovati accanto a lui permettono di ipotizzare una ricostruzione del suo modo di vivere, della sua personalità, e le sue abitudini. Un monitor culturale enorme, in un periodo (l’età del rame) che ci ha dato tantissime informazioni grazie all’archeologia di scavo, ma che molto raramente ci ha permesso di ricostruire interamente e coerentemente la catena delle conoscenze.

Pensate che se non si fossero verificate quelle condizioni ambientali favorevoli che hanno permesso il suo rapidissimo congelamento e la sua ricomparsa (grazie al repentino innalzamento della temperatura) in una epoca particolarmente sensibile alle ricerche sul passato, probabilmente avremmo perso questa possibilità. Oppure si sarebbero trovate solo l’ascia in rame (senza manico) due cuspidi di selce (quelle trovate meravigliosamente connesse alle aste – impennate!) qualche altro utensile litico e la lama del pugnaletto, anch’essa in selce. Il tutto probabilmente disseminato su un’area vasta e quindi difficilmente interpretabile come killing-site. La totalità dei tessuti organici, abbigliamento ed ossa comprese, sarebbero andate ovviamente perse.

Bibliografia 

generale:

  • Konrad Spindler, L’uomo dei Ghiacci, traduzione di Giuseppe Cospito, Milano, Nuova Pratiche Editrice 1998
  • Raffaele de Marinis, Giuseppe Brillante,  Otzi, l’uomo venuto dal ghiaccio, Marsilio Editore, 1998

    specifica:

     
  • Franco Rollo et al, Otzi Last Meals: DNA, Analysis of the intestinal Content of the Neolithic Glacier Mummy from The Alps in “Proceedings of the National Academy of Sciences USA”, 99, n.20, pp 12594-12599, 1 ottobre 2002
  • Autori Vari, la mummia dell’età del rame. Nuove ricerche sull’uomo venuto dal ghiaccio, atti del convegno internazionale, museo archeologico dell’alto adige, bolzano, 1999
  • Paul Gostner, Eduard Egarter Vigl, insight: report of radiological forensic findings on the iceman, in “journal of archaeological science”, 29, n.3, pp. 323-326, marzo 2002
  • James H. Dickson, Klaus Oeggl, Linda L.Handley, il ritorno di Otzi, Le Scienze n.418 giugno 2003, pp.66-77
  • Oberhuber W., Knapp R., 1997, The bow of the Tyrolean Iceman: a dendrocronological investigation by computed tomography. In S. Bortenschlager e K. Oeggl (a cura di): The Man in the Ice, vol. 4, pp. 63-67

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